ORCHESTRA I POMERIGGI MUSICALI
La stagione
Musica Classica e Sinfonica 

74ª Stagione Sinfonica Orchestra I Pomeriggi Musicali Ritratti d'Autore



Direttore: Andrea Battistoni

Orchestra I Pomeriggi Musicali

PROGRAMMA

Aaron Copland (1900-1990)

Quiet City

 

Antonín Dvořák (1841-1904)

Suite ceca op. 39

Preludium (Pastorale): Allegro moderato

Polka: Allegretto grazioso

Sousedská (Minuet): Allegro giusto

Romance: Andante con moto

Finale (Furiant): Presto

 

* * *

 

Andrea Battistoni (1987)

Serenata per Baron Corvo

Novità – Commissione dei Pomeriggi Musicali

 

Manuel de Falla (1876-1946)

El amor brujo, suite

Introduccion y Escena

En la cueva (La Noche)

Chez les Gitanes (La Veillée)

El aparecido - Danza del terror

El circulo mágico (Romance del Pescador)

A media noche, Los sortilegios

Danza ritual del fuego

Escena

Pantomima

Final: Las campanas del Amanecer

 

 

Note di sala a cura di Gaia Varon

 

Nel 1939 andò in scena a New York Quiet City, un testo del commediografo, sceneggiatore e scrittore Irwin Shaw, con la regia di Elia Kazan, che poi firmerà film come Un tram chiamato desiderio, Fronte del porto e La valle dell’Eden; le musiche di scena furono composte dall’allora trentanovenne Aaron Copland, che più tardi descrisse Quiet City come «una fantasia realistica sui pensieri notturni di persone molto diverse fra loro in una grande città». Il protagonista era un ragazzo ebreo e solitario che esprimeva con la tromba jazz la sua malinconia e il suo senso di isolamento; Copland affidò a tromba, clarinetto, sax e pianoforte «le emozioni del personaggio, la nostalgia e la sofferenza di una società profondamente consapevole della propria incertezza».

La produzione teatrale non ebbe successo e dopo poche repliche sparì dal cartellone, ma un anno più tardi Copland compose un brano da concerto con lo stesso titolo che dalle precedenti musiche di scena trae tutto il materiale tematico e il carattere errabondo, meditativo ed elegiaco. Alla tromba Copland accostò un corno inglese, anch’esso solista, con accompagnamento di archi, una combinazione inconsueta che porta, come scriveva l’autore, «una certa freschezza e varietà di colore strumentale» nonché un’ampiezza di possibilità di dialogo, con due voci ben distinte fra loro e ciascuna capace di numerose inflessioni che si stagliano nella notte urbana disegnata dagli archi.

 

Nel nuvolone della retorica su patrie e identità nazionali, Antonín Dvořák occupa saldamente una posizione prominente come cantore dell’anima popolare ceca: se in parte si tratta di una casacca che gli toccò indossare, come al suo protettore Brahms quella di campione della musica assoluta, il suo affetto e il suo desiderio di celebrare il paesaggio umano e naturale della sua terra erano senz’altro sinceri. Il brano in cui quel legame e quell’intento, e con essi l’essenza perfetta del romanticismo musicale, si realizzano più compiutamente è forse la Suite ceca, una composizione orchestrale in cinque movimenti, spesso messa in ombra da altre pagine più popolari dell’autore, ma preziosa per la vena ispirata che la segna dall’inizio alla fine. Si apre con una Pastorale dal carattere lirico, con una melodia fluida su un accompagnamento ostinato e semplice, che introduce ai successivi movimenti che ricalcano, stilizzandole poeticamente, danze popolari, dapprima una Polka, quindi una «Sousedska» dal movimento lento. Il quarto movimento, Romanza, è un notturno incantato in cui, su un accompagnamento quieto degli archi, il flauto introduce un’ampia melodia che gli altri strumenti riprendono e rivestono di nuovi colori e la Suite si chiude ancora con una danza, Furiant, in tempo rapido e con accenti caratteristici. Dvořák indica con accuratezza per ogni motivo articolazioni esecutive specifiche, fondamentali per l’efficacia ritmica dei diversi brani, ma trae dalla tradizione anche melodie suggestive ed eloquenti che insieme riproducono e inventano un carattere nazionale, melodie di cui qualche decennio più tardi il conterraneo Leos Janácek dirà: «sembra che le abbia tratte dal mio cuore».

 

Frederick Rolfe, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Baron Corvo, è una figura controversa quanto interessante: nato a Londra nel 1860 e vissuto per molti anni a Venezia, dove morì nel 1913, fu prete mancato, omosessuale dichiarato che non disdegnava la compagnia di giovani gondolieri, pittore, fotografo, autore di narrativa fortemente intrecciata con l’autobiografia e personalità volutamente stravagante e vistosa, tanto da divenire oggetto di un ristretto quanto fervido culto. Andrea Battistoni, a sua volta dotato di talento multiforme (dirige, compone, scrive libri), dedica a Rolfe, dichiaratamente sin dal titolo, Serenata per Baron Corvo, il suo nuovo brano scritto su commissione dei Pomeriggi Musicali. «Nei brani di mia composizione amo spesso ispirarmi alla letteratura e ai suoi miti» spiega. «Scoprire la figura di Baron Corvo ha aggiunto un autore cult nella mia personale galleria di “muse” del mondo della poesia e del romanzo. È difficile tracciare una descrizione sintetica di questa figura così enigmatica ed estrema; scrittore erudito e geniale ciarlatano, esteta innamorato del lusso e straccione senza fissa dimora, fervente cattolico e dandy omosessuale, aspirante prete e spudorato gaudente: sono solo alcune delle mille sfaccettature di un intellettuale scomodo del panorama della letteratura inglese post-Vittoriana». La vocazione a fare della sua stessa vita un’opera d’arte avvicina Rolfe a D’Annunzio e Oscar Wilde, ma in lui si declina, racconta ancora Battistoni, «in una vena al contempo mistica e irriverente. Chiesa, società, politica e morale: nulla è sfuggito alle critiche amare di questo esaltato mitomane».

 

Destinata a un organico classico, con legni a due, trombe, timpani e archi, arricchiti da campane tubolari e un pianoforte, Serenata per Baron Corvo si snoda per dieci minuti attorno ai temi cari a Rolfe, «dai notturni lagunari ai canti dei gondolieri alle meditazioni religiose rivestite di fervore ed estetismo, nel tentativo di tracciare un ritratto sonoro di un personaggio maledetto e relegato ai margini della storia della parola scritta, da dove continua imperterrito a lanciare i suoi polemici, raffinatissimi strali». Apparentemente rapsodico e fantasioso, il brano, spiega ancora Battistoni, nasconde una costruzione motivica che, da una serie di piccoli intervalli, fiorisce su sé stessa in una sofferta meditazione, «una barcarola spettrale, una delicata preghiera accompagnata dal suono delle campane della Laguna per poi precipitare in una vorticosa conclusione, fino all’ultima pernacchia di Baron Corvo».

 

Uno spettro in senso stretto è il perno del soggetto del balletto di Manuel de Falla, El amor brujo (L’amore stregone): amato in passato dalla vivace gitana Candelas, ora le impedisce con improvvide apparizioni di cedere al corteggiamento di Carmelo finché questi, che ben ricorda il defunto e la sua inclinazione per la bellezza femminile, induce l’avvenente Lucia a distrarre lo spettro quanto basta perché lui e Candelas possano infine giungere a un bacio che scioglierà definitivamente l’incantesimo.

 

Falla era da poco rientrato in Spagna da Parigi, nel 1914, quando Pastora Imperio, danzatrice e cantante gitana, gli chiese di comporre per lei delle musiche e mise in contatto lui e il drammaturgo Gregorio Martínez Sierra con la propria madre, che fornì, a quanto pare, molta materia sulle leggende e la musica della tradizione gitana. Ne scaturì un balletto per piccolo ensemble che ebbe inizialmente scarso successo e che successivamente Falla rielaborò riducendo il numero dei brani e ampliando l’organico all’orchestra; da questa versione, presentata a Parigi nel 1925 e accolta con entusiasmo, Falla trasse poi una suite concertistica, eseguibile con o senza la presenza della voce.

 

El amor brujo appartiene a un’epoca e un clima culturale in cui l’interesse per la musica popolare locale come base per quella concertistica è al culmine (basta pensare a Bartók, per citare un solo esempio); Falla lavora con la meticolosità di un microchirurgo per arrivare al cuore del folclore gitano e spagnolo e produrne un distillato di una chiarezza quasi settecentesca, lontanissima dal turgore romantico, dove non c’è mai una nota superflua e la costruzione musicale procede tesa, ma sempre elastica, trasmutando con sorprendente rapidità e precisione fra colori, tempi e dinamiche. Dal paesaggio andaluso luminoso e caldo dell’Introduzione si entra in un attimo nel buio avvolgente di una grotta (En la cueva); su un ritmo scoppiettante delle trombe, i glissandi del pianoforte segnalano l’apparizione dello spettro (El aparecido) pronto alla sua inquietante Danza del terrore, ma poi si respira distesi nella languorosa lentezza del Cerchio magico. Sei rintocchi introducono alla mezzanotte, l’ora dei sortilegi in cui si scatena la rituale Danza del fuoco, senz’altro la pagina più acclamata e conosciuta della composizione. Non meno incantatorio è l’oboe nella Scena successiva, ma in una luce bagnata di malinconia, e nella Pantomima, che muta più volte carattere e colore, sono dapprima i violoncelli e più tardi i violini a farsi voci dolenti; e la composizione infine si chiude con il suono delle campane nella fresca luce dell’alba.

 

M° Andrea Battistoni

Direttore d'orchestra

 

Nato a Verona nel 1987, Andrea Battistoni è uno dei giovani emergenti del panorama musicale internazionale. Consegue nel 2006 il diploma in violoncello. Nella direzione d'orchestra si perfeziona con Gabriele Ferro e prende parte a masterclass di Alberto Zedda e Gianandrea Noseda. Dal 2010 al 2013 ricopre lo stesso incarico per il Teatro Regio di Parma. Dal luglio 2017 è Direttore Principale della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova. È ospite dei più prestigiosi Teatri e Festival internazionali, tra cui La Scala di Milano, Arena di Verona, Santa Cecilia, Teatro Carlo Felice di Genova, Israel Philarmonic Orchestra e molti altri. Notevole successo ottengono i suoi debutti con la Filarmonica della Scala, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la Tokyo Philarmonic Orchestra, la Deutsche Oper di Berlino, il Maggio Musicale Fiorentino ed il Teatro alla Scala di Milano. Dallo scorso Maggio è Principal Guest Conductor della Tokyo Philarmonic Orchestra; il più giovane musicista a cui sia mai stato assegnato questo prestigioso incarico.


Orchestra I Pomeriggi Musicali

 

27 novembre 1945, ore 17.30: al Teatro Nuovo di Milano debutta l’Orchestra I Pomeriggi Musicali. In programma Mozart e Beethoven accostati a Stravinskij e Prokov’ev. Nell’immediato dopoguerra, nel pieno fervore della ricostruzione, l’impresario teatrale Remigio Paone e il critico musicale Ferdinando Ballo lanciano la nuova formazione con un progetto di straordinaria attualità: dare alla città un’orchestra da camera con un solido repertorio classico ed una specifica vocazione alla contemporaneità. Il successo è immediato e l’Orchestra contribuisce notevolmente alla divulgazione popolare in Italia della musica dei grandi del Novecento censurati durante la dittatura fascista: Stravinskij, Hindemith, Webern, Berg, Poulenc, Honegger, Copland, Yves, Français. I Pomeriggi Musicali avviano, inoltre, una tenace attività di commissione musicale. Per I Pomeriggi compongono infatti Casella, Dallapiccola, Ghedini, Gian Francesco Malipiero, Pizzetti. Questa scelta programmatica si consolida nel rapporto con i compositori delle leve successive: Berio, Bussotti, Luciano Chailly, Clementi, Donatoni, Hazon, Maderna, Mannino, Manzoni, Margola, Pennisi, Testi, Tutino, Panni, Fedele, Francesconi, Vacchi. Oggi I Pomeriggi Musicali contano su un vastissimo repertorio che include i capolavori del Barocco, del Classicismo e del primo Romanticismo insieme alla gran parte della musica moderna e contemporanea. Compositori come Honegger e Hindemith, Pizzetti, Dallapiccola, Petrassi e Penderecki hanno diretto la loro musica sul podio de I Pomeriggi Musicali, che diventano trampolino di lancio verso la celebrità di tanti giovani artisti. È il caso di  Claudio Abbado, Leonard Bernstein, Rudolf Buchbinder, Pierre Boulez, Michele Campanella, Giuliano Carmignola, Aldo Ceccato, Sergiu Celibidache, Riccardo Chailly, Daniele Gatti, Gianandrea Gavazzeni, Carlo Maria Giulini, Vittorio Gui, Natalia Gutman, Angela Hewitt, Leonidas Kavakos, Alexander Lonquich, Alexander Igor Markevitch, Zubin Mehta, Carl Melles, Riccardo Muti, Donato Renzetti, Hermann Scherchen, Thomas Schippers, Christian Thielemann, Salvatore Accardo, Antonio Ballista, Arturo Benedetti Michelangeli, Bruno Canino, Dino Ciani, Severino Gazzelloni, Franco Gulli, Nikita Magaloff, Nathan Milstein, Massimo Quarta, Maurizio Pollini, Corrado Rovaris e Uto Ughi. Tra i Direttori stabili dell’Orchestra, ricordiamo Nino Sanzogno, il primo, Gianluigi Gelmetti, Giampiero Taverna e Othmar Maga, per arrivare ai milanesi Daniele Gatti, Antonello Manacorda e Aldo Ceccato, direttore emerito dell’Orchestra. In alcuni casi, la direzione musicale è stata affiancata da una direzione artistica; in questa veste: Italo Gomez, Carlo Majer, Marcello Panni, Marco Tutino, Gianni Tangucci, Ivan Fedele, Massimo Collarini e, da luglio 2013, Maurizio Salerno. L’Orchestra I Pomeriggi Musicali svolge la sua attività principalmente a Milano e nelle città lombarde, mentre in autunno contribuisce alle stagioni liriche dei Teatri di Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Mantova, Pavia – all’interno del cartellone di Opera Lombardia – e alla stagione di balletto del Teatro alla Scala. Invitata nelle principali stagioni sinfoniche italiane, l’Orchestra è ospite anche delle maggiori sale da concerto europee. I Pomeriggi Musicali sono una Fondazione costituita dalla Regione Lombardia, dal Comune di Milano, dalla Provincia di Milano, e da enti privati, riconosciuta dallo Stato come istituzione concertistico-orchestrale e dalla Regione Lombardia come ente primario di produzione musicale. Sede dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali è lo storico Teatro Dal Verme, sito nel cuore di Milano.

 

 

 



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